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mercoledì, maggio 25, 2016

Bando XVII Concorso nazionale di poesia e narrativa 'Guido Gozzano'


XVII CONCORSO NAZIONALE DI POESIA E NARRATIVA “GUIDO GOZZANO” IN TERZO (AL) – EDIZIONE 2016 – 

L'Associazione Culturale “Concorso Guido Gozzano” in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, indice la XVII edizione del Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano”. 

REGOLAMENTO
Il concorso “Guido Gozzano” si divide in cinque sezioni: Sezione A - libro edito di poesie in italiano o in dialetto (con traduzione) pubblicato a partire dal 2010. Può essere inviato un solo libro di poesie per Autore in tre copie. In un foglio a parte vanno inseriti nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, e-mail. Saranno escluse le antologie e le opere inviate tramite e-book o files elettronici. Sezione B - silloge inedita in italiano o in dialetto (con traduzione) senza preclusione di genere. Si possono inviare da un minimo di 7 a un massimo di 12 poesie in quattro copie di cui solo una copia firmata con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, e-mail e la dichiarazione che l'opera è frutto del proprio ingegno. Sezione C- poesia inedita in italiano o in dialetto (con traduzione) senza preclusione di genere con un massimo di tre poesie. I concorrenti devono inviare tre copie di cui solo una copia firmata con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, e-mail e la dichiarazione che l'opera è frutto del proprio ingegno. Sezione D - racconto inedito, fiaba inedita o aforismi inediti in italiano a tema libero (massimo 5 pagine con spaziatura singola e carattere 12 Times New Roman). I partecipanti potranno inviare l'opera in quattro copie di cui solo una copia firmata con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, e-mail e la dichiarazione che l'opera è frutto del proprio ingegno. Sezione E – In occasione del centenario della morte di Guido Gozzano verrà premiato il saggio o tesi di laurea sulla figura e le opere di Guido Gozzano pubblicati a partire dal 2010. Il saggio deve essere inviato in tre copie; in un foglio a parte vanno inseriti nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, e-mail. E' possibile inviare la tesi di laurea via email a concorsogozzano@gmail.com con due files (formato doc o pdf) uno anonimo e uno con i dati anagrafici e la dichiarazione che l'opera è frutto del proprio ingegno. L'Associazione Culturale “Concorso Guido Gozzano” si prefigge l'obiettivo di conservare e catalogare tutte le opere in concorso presso la Biblioteca Poetica “Guido Gozzano” di Terzo affinché restino a disposizione di studiosi e appassionati di poesia e narrativa. Gli elaborati dovranno essere inviati entro giovedi 7 luglio 2016 (fa fede il timbro postale) a: Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa “Guido Gozzano” Via La Braia, 9 - 15010 Terzo (AL). Sarà dato atto, via e-mail, della corretta ricezione della domanda di iscrizione. Solo per le sezioni B-C-D- è possibile inviare le opere via e-mail a concorsogozzano@gmail.com con due files (formato doc o pdf) uno anonimo e uno con i dati anagrafici e la dichiarazione che l'opera è frutto del proprio ingegno. Sono considerate inedite le poesie, i racconti, le fiabe e gli aforismi pubblicati su siti web, blog e riviste online. Possono partecipare i testi premiati o segnalati in altri concorsi letterari mentre non è possibile partecipare con opere già inviate nelle edizioni precedenti ne iscriversi nella medesima sezione in cui si è risultati primi classificati nel 2015. La premiazione si terrà presso la Sala Benzi di Terzo (Via Brofferio, 15) sabato 15 ottobre 2016.

giovedì, maggio 19, 2016

Simone De Vivo - L’amore di Alizée

Il giovane scrittore barese Simone De Vivo, già autore di Amore da Matrioska (Edizioni Epsil, 2014) e Rapito Da mia Madre (Edizioni Epsil, 2015), torna con un nuovo progetto, una serie di racconti brevi scaricabili gratuitamente dal suo sito in PDF E EPUB.

Il primo racconto è intitolato "L’amore di Alizée": Un breve racconto che parla di Alizée, giovane prostituta della città di Alphaville che dona Amore e Sentimenti al posto di Sesso. Le emozioni sono vietate per legge, ma ognuno ha bisogno di provare emozioni... (Ispirato al film Missione Alphaville). [il racconto è scaricabile a questo link]

Quello che si respira, fin dalle prime righe del racconto, è un qualcosa di talmente particolare che lo leggerete fino all'ultima parola tutto d'un fiato. Già di per se l'idea del comprare l'emozioni è talmente assurda che nel mondo di oggi funzionerebbe, porta all'estremo qualcosa che avviene davvero (forse attraverso i social) oggi, quel rendere i sentimenti una cosa così astratta da noi, dalla loro forma originaria, da poterla commercializzare. Nella sua brevità racconta tutto ciò che c'è da capire sul protagonista anche se quello che leggiamo è solo un piccolo stralcio della sua vita, ma infondo non ci serve sapere altro, ci basta quello per entrare nella scena e nella vicenda narrata. La figura di Alizée è come un tocco magico, una figura angelica, una "dispensatrice di sentimenti", che fa vivere ai suoi clienti una illusione che agli occhi di noi lettori appare come qualcosa di reale, talmente reale che sembra di accarezzare il suo corpo attraverso la descrizione minuziosa di De Vivo. Una atmosfera futuristica e urbana avvolge la scena del bar, e  dobbiamo riflettere se questo futuro sia ancora molto lontano, o stia per diventare davvero il nostro presente.

venerdì, maggio 13, 2016

Kobane Calling - Zerocalcare


La domanda iniziale che tiene banco nelle prime pagine del fumetto, è la stessa a cui mi sono sottoposto anch'io approcciando la lettura della nuova fatica di Zerocalcare, Kobane calling. Perché Kobane? Perché recarsi in prima persona nei luoghi insanguinati da un confitto pluriennale, perché parlare di Isis? La risposta è tutta racchiusa in un'immagine dai pixel fuori fuoco, un groviglio indistinto, che rimane tale, fino a quando un personaggio se ne esce con: “Questa è la nostra battaglia decisiva. Tutti gli uomini e le donne che hanno a cuore la libertà e l'umanità, oggi dovrebbero essere a Kobane” E allora quell'ammasso di pixel piano piano si fa nitido e scopriamo che si tratta del cuore. Non di uno qualsiasi. Il tuo.

Kobane calling è un graphic novel, un fumetto che racconta le impressioni di viaggio di due esperienze di Michele Rech, in arte Zerocalcare, nelle terre tra la Turchia, la Siria e l'Iraq, in quel lembo di terra che qualcuno si ostina a chiamare Kurdistan. Tutta la sua attenzione è rivolta verso il popolo curdo, nazione senza stato, nazione che si frappone tra l'avanzata dello Stato Islamico e il “nostro” Occidente. Nazione che nonostante tutto rimane abbandonata a se stessa.
Il primo viaggio lo porta al piccolo villaggio turco di Mehser, a poche centinai di metri da Kobane, una cittadina con importanza strategica pari a zero, ma vera linea di confine oltre alla quale Daesh non è riuscita ad andare. La Stalingrado moderna, l'ultimo baluardo, tenuta coi denti, persa e poi riconquistata dal popolo curdo. Nel secondo viaggio si addentra invece nelle terre del Rojava, lembo di terra suddivisa in tre cantoni (più o meno comunicanti a seconda dell'avanzata o del ripiegamento dei vari eserciti) e regione proclamata autonoma dai curdi siriani, retta da un avanzato confederalismo democratico, regolato da una sorta di contratto sociale, basato sulla convivenza e sulla diversità.

Autore e protagonista di questa avventura è Zerocalcare. All'anagrafe Michele Rech. Nasce ad Arezzo il 12 dicembre 1983, trascorre i primi anni in Francia e poi si stabilisce a Roma. Rebibbia diventa la sua patria. Il nome Zerocalcare viene scelto, quasi per caso, al momento dell'iscrizione a un forum di discussione su internet, ispirandosi ad uno spot televisivo in voga ai tempi. La sua prima attività da fumettista risale alla fine delle scuole superiori, periodo in cui realizza un racconto a fumetti ispirato alle giornate del G8 di Genova, nell'estate del 2001. A partire dal 2003 lavora come illustratore presso alcune riviste tra cui il quotidiano Liberazione, il settimanale Carta, con il mensile la Repubblica XL e la divisione online della DC comics. Nel 2011 avvia un blog a fumetti, zerocalcare.it in cui pubblica brevi racconti a sfondo autobiografico. Nel corso del tempo inanella diversi premi e riconoscimenti vari, ampliando così la schiera di occhi interessati. Le sue opere principali sono: La profezia dell'armadillo, Edizioni Graficart 2011, Un polpo alla gola, BAO Publishing 2012,Ogni maledetto lunedì su due, BAO Publishing 2013, Dodici, BAO Publishing 2013, Dimentica il mio nome, BAO Publishing 2014, L'elenco telefonico degli accolli, BAO Publishing 2015, Ferro e piume, Internazionale (n. 1122) 2015.

Tornando alla sua ultima fatica, Kobane calling, ciò che si riscontra immergendosi della lettura è l'approccio meno personale rispetto ai lavori precedenti, ma sicuramente più impegnato. I termini grafici, meno armadillo e più mammut. L'armadillo è l'elemento grafico che rappresenta la coscienza dell'autore. Il mammut invece da voce al senso di appartenenza, direi quasi con valenza sociale, se non addirittura politica. Calcare riesce a rendere quotidiano e nostrano i volti e le vicende umane totalmente estranee al nostro guardare e sentire giornaliero. I lontani scenari di guerra, le tragiche vicende di persone dai nomi complicati sembrano tradotte in una lingua accessibile a tutti, più facili da digerire, anche attraverso l'ironia, il prendersi poco sul serio e i tratti malinconici.


mercoledì, maggio 04, 2016

Web 0.0: una realtà offline

Viviamo le nostre giornate costantemente con gli occhi puntati verso smartphone, tablet e computer, siamo ormai un tutt'uno con i nostri devices sempre all'avanguardia ma ci siamo mai chiesti com'era il mondo solo trent'anni fa?



Proprio in occasione del trentesimo compleanno di internet, lo street artist milanese Biancoschock dà vita ad un curioso progetto dal nome “Web 0.0” nel quale il loghi delle più famose app e social network che animano le nostre giornate, prendono forma nella realtà «offline» di un piccolo paese del Molise, Civitacampomarano, un posto dove sembra che il tempo si sia fermato.


Così una cabina telefonica diventa l'equivalente di WhatsApp, la piazza del paese inscena la bacheca virtuale di Facebook e tutte le news e i pettegolezzi passano inevitabilmente dalla Wikipedia del posto.
Alcuni di questi scatti mi hanno fatto davvero sorridere, altri molto riflettere.


Si parla tanto di rivoluzione digitale, la nostra quotidianità è stata completamente stravolta dall'ascesa del web, come nel passato è stato con le più grandi rivoluzioni.
Ci viene raccontato delle enormi possibilità che la rete internet ci offre ogni giorno mettendoci in contatto con le più remote realtà del mondo; ma non sarà che stiamo perdendo il confronto con la realtà? 









venerdì, aprile 22, 2016

La giornata mondiale della Terra

Oggi, 22 Aprile, è la giornata mondiale della Terra. Quanto amiamo e rispettiamo la natura? Purtroppo, siamo ben consapevoli, che il progresso tecnologico, la nostra inciviltà stanno portando alla distruzione del  bene più prezioso: la terra. Ne è passato di tempo, quando la nostra unica preoccupazione era il buco nello ozono. Oggi, tra petroliere che inquinano i nostri  mari, scioglimento dei ghiacciai, mancata raccolta dei rifiuti attraveso la loro differenzazione, smog e tanto altro, il nostro pianeta sta morendo. Ciò che è più agghiacciante è il disinteresse della popolazione. Basti pensare al mancato raggiungimento del quorum per l'ultimo referendum, quello che chideva di mettere un SI per spondere le trivellazioni nei nostri mari. E' triste quanto tutti pensino che la terra duri in eterno. Non è così. La stiamo violentando ogni giorno, la calpestiamo, la deridiamo, la maltrattiamo. E ogni anno muoiono specie diverse di pesci, ogni anno pini, quercie si ammalano senza rimedi, ogni anno i nostri fiumi cambiano colori, le mezze stagioni non esistono più; passiamo dall'inverno gelido e pungente all'estate calda e afosa. I colori della primavera sfumavo via in poche settimane e l'autunno è solo un breve accompagnatore tra le due stagioni opposte.
La terra sta morendo.



E oggi, nel celebrarla, dovremmo tutti farci un esame di coscienza. Prendiamocene cura, è il posto che ci accoglie, nutre, culla, coccola. La madre terra è la Dea che ci consente di vivere e senza di lei.
Ricordiamoci di amarla sempre e rispettarla.



mercoledì, aprile 20, 2016

Reboot e remake, un fenomeno in forte crescita

Negli ultimi anni, le case di produzione del piccolo e del grande schermo sfornano con insistenza reboot e remake dei grandi colossal del passato; voglia di riportare alla ribalta i grandi successi del passato o mancanza di originalità?

Ormai i termini “Reboot” e “Remake” sono all’ordine del giorno per gli appassionati di cinema e serie tv, ogni grande major ha in cantiere almeno un lavoro su questa scia.
Quando si parla di “Reboot”  (riavvio), il termine indica quei prodotti filmici ma anche videogiochi, appositamente realizzati per tentare di dare un nuovo slancio a prodotti conclusi o in calo di popolarità. Il “Reboot” precede un nuovo inizio, con la totale o parziale riscrittura degli eventi avvenuti nella saga originaria. Tra le motivazioni che spingono alla realizzazione di un “riavvio”, c’è l’interesse da parte della casa produttrice di usare vecchi materiali per crearne di nuovi, tentando di avvicinare nuovamente il pubblico a una serie che potrebbe rivelarsi ben accolta e magari migliorarla utilizzando le più moderne tecnologie.

Il “Remake” (rifacimento) di un’opera si applica in particolare ai film, ma anche per serie televisive o videogiochi. Quando il “rifacimento” è trasversale, ossia si applica un “medium” diverso da quello originale, si utilizza di solito il termine “adattamento”. Il “Remake” può essere più o meno fedele all’originale, si può cambiare l’ambientazione, aggiungere o togliere qualche personaggio o modificare la trama. Se si tratta di pellicole tratte da racconti o romanzi, allora sarà più adatto parlare di “adattamento”.


Che si parli di uno o dell’altro, questa tecnica ha ormai preso piede nell’industria dell’intrattenimento ed è lecito chiedersi se si tratta di un esercizio stilistico o di un desiderio di sfruttare al massimo una fetta di mercato che ha già dato buoni risultati in passato.

Anche nell’ambito delle serie televisive non mancano degli esempi, basti pensare all’idea geniale di Netflix di riscrivere un degno finale per Gilmore Girls, già solo i rumors sui social dopo la riunione del cast originale, hanno messo nelle mani dei produttori un successo assicurato.
Ma nella lista dei nomi celebri non può mancare The X-Files, cult fantascientifico anni ’90 tornato alla ribalta dopo quasi 15 anni dalla sua conclusione, e Xena, altro cult targato anni ’90 che la NBC ha affidato ad Javier Grillo-Marxuach, noto per aver fatto parte della squadra di Lost.

Il rischio che si può correre in questo casi è però quello di allontanare i fans originali della serie, come potrebbe accadere nel caso di Streghe. La CBS, stando ai rumors che circolano sul web, sta lavorando a questo progetto ma senza includere nessuno degli interpreti del cast originale, notizia che ha scatenato immediatamente le reazioni dei fans più appassionati.

Di certo le premesse per un nuovo successo non mancano quando si parla di ridare lustro a storie che hanno affascinato generazioni per anni, ma è davvero necessario creare un reboot o un remake per ogni programma di culto? O sarebbe meglio sfruttare le nuove idee? A mio parere si tratta solo dell'ennesima strategia di mercato delle major per trasformare lo spettacolo del cinema, ma anche quello del piccolo schermo, in un mare di cose viste e riviste togliendo spazio per emergere alle idee originali e di nicchia. 

venerdì, aprile 15, 2016

Fuocoammare

    
Vincitore dell'Orso d'Oro alla Berlinale 2016, Fuocoammare è l'ultima fatica del regista Gianfranco Rosi. La prima domanda a cui dobbiamo provare a rispondere per analizzare quest'opera è che cos'è Fuocoammare? Partiamo da un punto fermo. Questo non è un film tradizionale. Per molti aspetti si avvicina alla narrazione da documentario, pur non avendo la struttura e la lunghezza per esserlo. Potremmo quasi dire che si tratta di un film alla Rosi, vista anche la sua precedente opera (Sacro Gra). Forse un film così reale da farsi vivo, oppure un documentario con una linea narrativa ben precisa. A parte il tentativo di inquadrarlo, non si può non constatare come tutto il racconto appaia privo di alcuna mediazione, una sorta immagine senza filtri, naturalmente tersa. Rosi racconta senza urlare, senza retorica, senza pregiudizi, quasi a dirci Io ti mostro cosa sta succedendo, sta a te aggiungere il resto. Se fosse una musica, l'alternanza delle pause sarebbe preponderante.
     Protagonista indiscussa della pellicola è senza ombra di dubbio Lampedusa, isola sulla quale il regista ha trascorso un interno anno per entrare in sintonia con ciò che si era ripromesso di raccontare. Il film si sviluppa seguendo due linee di narrazione ben distinte che si sfiorano continuamente, ma non si incontrano mai in modo diretto. Da una parte abbiamo la vita quotidiana di un bambino di Lampedusa, Samuele (di una spontaneità geniale!), incastonato in un epoca senza tempo e dall'altra le tragiche vicende dell'Africa che si protende per non affogare. L'unico punto in comune, è la figura del medico, Pietro Bartolo, vero ispiratore del film, che si prende cura di Samuele, ma deve fare i conti anche con gli arrivi senza sosta di uomini, donne e bambini stremati, collezionatori di disagi e malattie di ogni sorta, persone sull'orlo della morte e altre che hanno già varcato quella soglia. In tutto ciò, non ci vengono risparmiate immagini crude, pugni allo stomaco che non abbiamo il diritto di evitare.
    Adesso veniamo al titolo. Innanzitutto è una canzone lampedusana, che Rosi introduce come una delle richieste che vengo fatte alla radio di paese. Ma è soprattutto attraverso il racconto di un'anziana signora che la locuzione fuocoammare, ci viene svelata. Ricorda infatti i tempi di guerra, quei momenti in cui il mare e il cielo, nel loro punto di incontro, si facevano rossi a causa dei bombardamenti insistenti (Su tutti l'episodio della nave Maddalena, alla fonda davanti Lampedusa, bombardata assieme al porto nel 1943). Chi focu a mmari ca c’è stasira! Immagine che si ripropone sul finale, questa volta per giochi di luce naturali, che sembrano lasciarci un retrogusto di medesima tragedia, di bombe senza bombe, di guerra senza guerra.

lunedì, aprile 11, 2016

Eventi Prudenti: 'Il sindaco pescatore' all'Auditorium comunale di Adelfia.

Ieri sera presso l'Auditorium Comunale di Adelfia (Bari), si è tenuto lo spettacolo di prosa "Il sindaco pescatore", con la regia di Enrico Maria Lamanna, con protagonista Ettore Bassi nei panni di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso nel 2010. 
Tratto dall'onimo libro di Dario Vassallo, lo spettacolo racconta la vita politica, ma non solo, di Vassallo, che da pescatore diventa sindaco, per il suo desiderio di cambiare le cose, anche in una piccola comunità, anche un po' alla volta, anche, solo, a piccoli passi.
Basta credere in ciò che si fa, e si può ottenere ciò che si vuole, si può ottenere il cambiamento.
La rappresentazione, che vede come unico protagonista uno straordinario Ettore Bassi nei panni del "sindaco pescatore", vede la partecipazione di alcune voci fuori campo, tra cui quelle di Sebastiano Somma e Pino Ammendola, e di alcuni ragazzi sul palco, che rappresentano un po' i giovani di Pollica, e la sua speranza. Le musiche originali sono state composte da Pino Donaggio.
Bassi, probabilmente nella sua interpretazione migliore, da vita al personaggio di Vassallo, raccontando la sua vera storia, in prima persona, pochi minuti di spirare, in quei 30 secondi prima che il suo ignoto assassino spinga il grilletto, e faccia fuoco su di lui, con quei nove colpi mortali.
Nonostante il momento in cui tutto questo sta accadendo, nella sua mente il personaggio ha la lucidità di spiegare al suo assassino perché il chiamarlo "sindaco di merda" e ucciderlo non abbiamo una vera ragione, e con molta spensieratezza racconta tutto ciò di buono che ha fatto nella sua vita politica, rimboccandosi le mani, senza mai paura di sporcarsi, sia fisicamente che moralmente.
E così Angelo ci racconta del coraggio di suo padre, il "collega", che aveva sfidato da bambino un delinquente pur di riavere il suo pallone, ci parla di come il richiamo del mare fosse troppo forte, e da una piccola imbarcazione lui e i suoi fratelli sono arrivate a averne tre, di cui l'ultima fatta apposta per loro, lavorando sempre senza sosta, ci racconta di come il richiamo politico fosse inevitabile, non per denaro, ma perché lui di vedere il potenziale del suo paese non ne poteva più. 
Una serie di aneddoti che mostrano un uomo nella sua interezza, un politico ma un pescatore, un marito e un funzionario dello stato, un animo buono ma a cui non importava inimicarsi nessuno, purché la sua terra prosperasse e progredisse. Un uomo tutto d'un pezzo, ma sempre disposto a aiutare tutti. 
L'attore barese riesce a spiegarci tutto con una tale semplicità disarmante da non permetterci mai di staccare gli occhi da lui per tutta la durata dello spettacolo. Un personaggio molto sentito da Bassi, come dimostrano il sentimento e la bravura che trasmette in ogni battuta, in ogni attimo del racconto, fino a quel momento di commozione finale per i lunghi applausi del pubblico, che lui dedica a Vassallo, un vero eroe moderno, che ha portato in un posto fino a allora dimenticato, provvedimenti poi attuati in tante altre città.
Uno spettacolo lineare, pulito, senza distrazioni, che cattura il pubblico, per l'efficacia del testo e la bravura del protagonista. Brillano di luce propria alcuni momenti, come il racconto divertente del depuratore (che mostrano un sindaco al servizio del cittadino nel vero senso della parola), o il brano tratto da "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway, e infine il momento in cui il più piccolo dei ragazzi sul palco indossa la fascia da sindaco.
Lo spettacolo si chiude con la morte del protagonista, che rimane disarmato dall'assenza dei suoi concittadini in un momento come quello, e con il suo viaggio verso una nuova vita, rivestendo i panni del pescatore, e riponendo la fiducia nei giovani. Un messaggio di speranza quindi, perché quello che Angelo ha fatto non verrà di certo dimenticato, e anche se lui non c'è più, tutte le piccole comunità dovrebbero prendere esempio da quello che ha fatto lui, perché nella legalità c'è sempre la strada che porta a una rinascita.

Ma chi era Angelo Vassallo?
Angelo Vassallo è stato sindaco di Pollica, località in provincia di Salerno, per tre mandati. Oltre alla carica di sindaco, ricopriva anche quella di presidente della Comunità del parco, organo consultivo e propositivo dell’ente Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano ed era stato Presidente della Comunità Montana Alento Monte Stella. Era inoltre vicepresidente delle ‘Città slow’, aderenti al manifesto dell’associazione Slow Food ed era stato Presidente delle 'Città Slow' nel mondo.
Nel 2009 Angelo Vassallo si è fatto promotore della proposta di inclusione della dieta mediterranea tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità. La proposta è stata accolta dall’UNESCO il 16 novembre 2010, a Nairobi. La delegazione del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, presente in Kenya per la proclamazione, ha dedicato il riconoscimento alla figura del suo promotore. Vassallo ha poi fondato il “Centro studi per la Dieta Mediterranea”. Il centro ha sede nel castello dei principi Capano di Pollica.
Vassallo era noto come il sindaco pescatore, per il suo passato di pescatore e per l’amore per il mare e la terra, che nella sua attività di amministratore lo aveva sempre guidato. Tra le opere che vanno ricordate non può mancare il “Museo vivo del mare”, istituito nella frazione di Pioppi, presso il castello di Vinciprova.
Ambientalista convinto, amato dai suoi concittadini, viene ricordato anche per le sue ordinanze singolari. Nel gennaio 2010 firma un’ordinanza che prevede una multa fino a mille euro per chi viene sorpreso a gettare a terra cenere e mozziconi di sigarette. Esempio di rigore nel rispetto della legge, con modi severi e fermi, che però permettono di mantenere intatta la bellezza di uno dei comuni più caratteristici del Cilento.
Angelo Vassallo ha travasato il suo amore per il mare, nelle buone pratiche di una bella politica. Ciò ha portato le acque di Pollica ad essere le più premiate, negli anni, con le 5 vele – massimo riconoscimento - della Bandiera Blu di Legambiente e Touring club. L’eredità di Angelo Vassallo ha consentito di proclamare Pollica, anche per il 2011, regina d’Italia, unica nella penisola a ricevere le prestigiose 5 vele.
La sera del 5 settembre 2010, mentre rincasava alla guida della sua auto, Angelo Vassallo è stato barbaramente ucciso, per mano di uno o più attentatori. I suoi assassini sono ancora ignoti.
Angelo Vassallo viene ricordato ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell’impegno di ‘Libera’, associazioni, nomi e numeri contro le mafie.

Per altre info sulla stagione teatrale e altre attività:
Auditorium comunale
Adelfia (Bari)
Corso Umberto I, 119,
tel. 080-4597455

domenica, aprile 10, 2016

Football e granturco: Damariscotta e il borgo marinaro [IV]


Damariscotta è un comune statunitense dello stato del Maine, sito nella Contea di Lincoln.
Damariscotta è un'estrema corruzione del termine algonchino "Madamescontee", che significa "località con abbondanza di alose" (un genere di pesci della famiglia Clupeidae, cui appartengono anche aringhe e sardine), che scelgono il lago di Damariscotta per la riproduzione.


La zona fu una volta abitata dai Wawenock (o Walinakiak, che significa "Popolo delle baie") che lasciarono cumuli di gusci di ostriche vecchi di 2500 anni lungo le rive del fiume Damariscotta. Tali cumuli di "spazzatura antica" sono oggi considerati luoghi storici.
La terra divenne parte del Pemaquid Patent, garantita dal Consiglio di Plymouth nel 1631 a Robert Aldsworth e Gyles Elbridge, mercanti provenienti da Bristol, in Inghilterra. A Pemaquid (oggi Bristol). Essi eressero un forte ed un centro commerciale.
Alcuni coloni risalirono il fiume dal villaggio di Pemaquid verso il 1640 per sistemarsi ove ora si trova Damariscotta, ma l'insediamento fu attaccato nel 1676 durante la guerra di Re Filippo e gli abitanti massacrati o costretti a fuggire. Tentativi di ricostruzione si alternarono durante le guerre Franco-Indiane. La provincia della Baia del Massachusetts costruì Fort William Henry a Pemaquid nel 1692, ma questo venne distrutto nel 1696. Fu rimpiazzato da Fort Frederick, nel 1729, che resistette con successo ai due attacchi finali, ma fu demolito durante la guerra di indipendenza americana, per impedirne l'occupazione da parte britannica. Con la pace infine, Damariscotta crebbe come centro commerciale. Esso divenne una municipalità indipendente il 15 marzo 1848, staccandosi da Bristol e da Nobleboro.


Le prime industrie comprendevano segherie, una fabbrica di fiammiferi ed una conceria. Lungo il fiume si stabilirono numerose fabbriche di laterizi, che fornirono gran parte dei mattoni destinati alle costruzioni intorno alla Back Bay di Boston. Ma fu la cantieristica navale che diede la prosperità a Damariscotta nel XIX secolo allorché nei cantieri della località vennero lanciati i Clipper. Durante quel periodo furono eretti numerosi edifici, fini esempi di stile federale, neogreco e neorinascimentale italiano, dando al vecchio porto un fascino particolare che ogni estate attrae frotte di turisti.


La foce del fiume Damariscotta è la Gran Baia Salata, che è l'area più settentrionale del Nordamerica per l'accoppiamento dei granchi a ferro di cavallo e la prima area marina protetta dello Stato.


mercoledì, aprile 06, 2016

La brezza del vento

Sii come una foglia catturata dal vento,
liberati di ogni schiavitù
e
vola di posto in posto.

Sii come una farfalla,
posati su ogni fiore
catturane l'essenza.

Vivi di colori 
e magie.
Di suoni e
poesie.

Lasciati guidare dal vento...



domenica, aprile 03, 2016

CinePrudence: Perfetti Sconosciuti

Perfetti Sconosciuti
Italia 2016 | Genere: Commedia | durata 97'
Regia di Paolo Genovese
Con Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak
Durante una cena, un gruppo di amici decide di fare una specie di gioco della verità mettendo i loro cellulari sul tavolo. Per la durata della cena, messaggi e telefonate sono condivisi tra loro, mettendo a conoscenza l'un l'altro dei propri segreti più profondi...

Begli quelli orecchini! Sono nuovi?”

Amici, nel senso stretto della parola a 360 gradi, o perfetti sconosciuti?
Questo è il senso del titolo, ma anche del film di Paolo Genovese, che nelle ultime settimane ha invaso le sale italiane, aprendo un grosso dibattito tra gli spettatori. Meglio vivere una vita come amici, perfetti sconosciuti, o vivere alla luce del sole ogni singola sbavatura, bella e brutta, della propria vita personale e di coppia?
Perché in realtà ognuno di noi ha i propri scheletri nell’armadio, e anche chi può vantare un robusto e consolidato gruppo di amici al suo interno ha sicuramente dei segreti che non confessa a nessuno di loro, per paura di essere giudicati o semplicemente perché sa di non condurre una vita chiara e pulita, cercando soddisfazione all’esterno della propria relazione.
C’è chi non sentendosi amata dal marito, o respinta cerca consolazione in una chat erotica giocando con un altro uomo, ma ponendosi come regola di non vedersi e non incontrarsi, sebbene ci sia un forte desiderio che attanaglia entrambi gli amanti.
C’è chi, invece, all’interno della stessa coppia, non riuscendo più a trovare uno stimolo sessuale con la propria moglie, si cimenta anche lui a giocare nelle chat erotiche facendosi inviare ogni sera una foto hot da qualche amichetta.
A monte di questo disagio di coppia c’è sicuramente un problema interno che i due partner non hanno affrontato e assimilato pienamente portando la loro relazione a questo punto.
C’è chi invece si cimenta in una duplice, o perché no triplice, relazione amorosa, sposandosi con una donna, mentre ne frequenta un’altra sposata e nel contempo sta per diventare padre di una terza donna. Ovviamente tutte incastonate perfettamente tra di loro, dove due donne su tre sono all’oscuro dell’esistenza delle altre.
E infine, un tasto dolente che ancora oggi è sicuramente il cancro della società moderna: la paura di fare outing, davanti ai migliori amici. C’è chi si sente offeso di avere un amico gay, perché a detta di alcuni “Avrebbe dovuto dirlo prima di fare alcune cose!”, c’è chi invece lo accetta con indifferenza e senza commentare. Ovviamente le varie reazioni sono commisurate anche al grado di cultura della persona con cui ci si rapporta.
Infine c’è chi ha solo qualche piccolo segreto, una bugia bianca se la si vuole chiamare così, che serve solo da ancora per aiutare quella che è la propria relazione amorosa in difficoltà.

Le dinamiche e gli scenari sono molteplici con diversi risvolti, soprattutto per come si rapporta la gente nel momento in cui si scopre la verità su un amico o su un partner che si pensava di conoscere. Perché si è si amici, ma non così tanto e così intimi, da doversi dire tutto.

La domanda che lo spettatore si pone alla fine del film è, ma il gioco che era stato proposto all’inizio è stato fatto o no, o quello che vediamo sono i risultati della verità venuta fuori da questo gioco, e il finale mostratoci è una finzione alternativa nella quale ognuno continua a vivere nella propria menzogna, ingoiando anche quelle che sono le verità più evidenti?
Le scene finali sono una sintesi di alcuni indizi lanciati all’inizio della pellicola dove in realtà l’unica persona che sembrava avere dei segreti, ma in realtà non ne aveva, sapendo a cosa si andava incontro facendo questo gioco ha tentato di dissuadere fino all’ultimo tutti dal farlo, poiché, infondo, sapeva che anche la persona che gli stava accanto da tutta una vita nascondeva una relazione con uno dei suoi migliori amici.

Il castello abbandonato di Château de la Mothe-Chandeniers


Il Château de la Mothe-Chandeniers è un edificio medievale che si trova nel bel mezzo di un grande bosco nei pressi del paese di Les Trois-Moutiers, nella regione di Poitou-Charentes, in Francia. Il castello risale al XIII secolo, quando era la roccaforte della famiglia Bauçay, dipendente direttamente dal Re di Francia. Durante il Medioevo fu conquistato per ben 2 volte dagli inglesi, per poi divenire uno dei luoghi più celebri per le sue sontuose feste e vasti ricevimenti. Durante la Rivoluzione Francese fu saccheggiato e abbandonato, ma all’inizio del XIX Secolo fu restaurato e ampliato sino a che, nel 1870, venne ricostruito per assomigliare allo stile romantico dei castelli della Valle della Loira. Intorno al 1870 appunto inizio' una ricostruzione massiccia nel gusto romantico, del quale Ludovico II di Baviera era il modello. Questa ricostruzione trasformò il castello dato che l' architetto inglese responsabile per il lavoro si ispirava ai castelli della Loira. In effetti, il castello è ancora circondato da acqua.

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Ma il 13 marzo 1932, mentre il barone Robert Lejeune aveva appena fatto installare il riscaldamento centrale, un violento incendio e' scoppiato. I vigili del fuoco provenienti da tutta la regione non sono stati in grado di evitare il disastro. Solo la cappella, la colombaia e gli annessi sono stati risparmiati.
Le perdite sono notevoli si parla in quantità di "diversi milioni", secondo i giornali che raccontano la notizia. Le Figaro nella sua edizione del 14 marzo, lamenta della " distruzione della ricchezza ", una biblioteca di libri rari, arazzi di Gobelins, mobili antichi e preziosi dipinti."
Nel 1963, dopo la guerra d'Algeria, l'industriale in pensione Jules Cavroy acquistò la tenuta (2000 ettari di cui 1.200 foresta di terreni agricoli e 800) alla vedova del barone Lejeune. Dei Rimpatriati dall'Algeria sfruttano le terre de la Mothe (550 ettari intorno alle rovine del castello), che figura come progetto pilota, si apprende in una memoria storica.
Nei primi anni ottanta, il Crédit Lyonnais ha acquistato il legno prima di venderli in lotti differenti e diversi proprietari. Questa zona è stata lasciata abbandonata per molti anni, ed è il motivo per cui la natura ha preso i suoi diritti gloriosamente su ogni parte. I boschi della proprietà ospiterà un Center Parcs nelle vicinanze.
Oggi il castello è uno dei luoghi preferiti dagli Urbex francesi (e non solo) che vogliono addentrarsi all’interno di un luogo così carico di storia per immortalarne la decadente bellezza.


giovedì, marzo 31, 2016

Big In Japan: la donna in Giappone tra tradizioni e futuro [II]


La donna giapponese in epoche antiche aveva un ruolo centrale, occupava anche posti di potere di estrema importanza (vennero elette ben sette donne imperatrici). 
Pare che, in epoca antichissima, la società giapponese fosse matriarcale, tanto che la successione andava per linea femminile e molte donne erano a capo dei loro clan, come, ad esempio la regina Himiko che guidava gli Yamatai (I-II secolo d.C.). Solo nelle epoche Nara ed Heian (dal VII al XII), il potere sui clan cadrà in mano maschile e le donne della nobiltà cominceranno ad avere un ruolo di secondo piano, all'ombra del marito e dei figli maschi, recuperando un minimo di potere solo come suocere...mentre nelle classi sociali più basse il ruolo femminile era divenuto più o meno paritario con quello maschile.
Anche nei racconti mitici viene messa in rilievo l’importanza delle donne: basti pensare alla divina Amaterasu, dea del sole da cui scaturisce secondo la tradizione l’intera dinastia regnante. 
Gradualmente questo suo ruolo primario verrà completamente ridimensionato, la donna diventerà completamente subordinata all’uomo, soprattutto a causa della fortissima influenza del confucianesimo, il cui pensiero tradizionale è ancora presente e fa da substrato nella mentalità dei giapponesi di oggi. Il confucianesimo disprezzava infatti le donne, considerate esseri inferiori con l’unico compito di badare alla famiglia, fare ed educare i figli, essere rispettosa verso il marito.  Al di là della facciata di modernità e emancipazione, le donne giapponesi oggi sono ancora ben lontane dal raggiungimento della parità con gli uomini. 
La maggior parte di loro lavora ma ancora non in maniera continuativa e molto difficilmente riescono a raggiungere alti livelli dirigenziali. La donna il più delle volte risente ancora della pressione sociale e della mentalità tradizionale che la vuole brava moglie e madre, dedita alla cura della casa e della famiglia, sottoposta a pressioni sociali, pena il disonore, quali l’obbligo di sposarsi presto (tuttora spesso attraverso un matrimonio combinato dai genitori) e la rinuncia  alla propria carriera lavorativa per occuparsi di casa e famiglia. 
Nonostante i molti passi avanti percorsi dalle donne giapponesi per allontanarsi dallo stereotipo della geisha - bellezza di porcellana da rinchiudere in casa, il cammino verso l’emancipazione è ancora lungo.
Tanti i miti e le tradizioni che ancora oggi in Giappone sottolineano la presunta inferiorità della donna. Con la motivazione che le donne sono una “distrazione” per i pellegrini, le donne non possono scalare il Monte Omibe, situato a Nara. Nel monte dichiarato patrimonio mondiale dell’Unesco si trova il tempio di Ominesanji. Gli uomini ricchi di spiritualità non possono di certo dedicarsi alle donne.
Il corpo femminile però non è solo sinonimo di distrazione, ma anche di purezza! Per cui non può essere sfreggiato o contaminato da una pratica antica come il Giappone stesso, quella del Sumo. Anche se negli ultimi anni esistono circoli come quello dell’ “onnazumo” con una sezione tutta al femminile, nelle gare professionali ancora le donne non sono ammesse.
Nei famossissimi capsula-hotel giapponesi, soggionarvi per le donne potrebbe essere un problema. Comunemente frequentato da uomini non ingrado di tornare a casa poichè ubriachi, o che fanno tardi al lavoro, non è un luogo “socialmente” accettato per le donne. Anche se non esiste nessun regolamento pochi sono gli hotel che accettano delle clienti.
Dei miglioramenti riguardo all’emancipazione femminile avvengono in epoca moderna, nel periodo Meiji, quando il Giappone tenta di assorbire le idee occidentali. Dopo la II guerra mondiale, con l’adozione della nuova costituzione su modello occidentale, vengono garantiti (almeno per iscritto) eguali diritti a tutti i cittadini senza tenere conto del sesso. La legge sulle pari opportunità per abolire la discriminazione lavorativa contro le donne verrà emanata solo nel 1986, ma la posizione delle donne giapponesi nella società è ancora piuttosto subordinata.
La subordinazione femminile si rispeccha ad esempio nello stesso linguaggio giapponese: i mariti per indicare la moglie usano il termine “Kanai”, che significa “dentro la casa”.
I primi movimenti di emancipazione femminile avvengono a fine ‘800- inizio ‘900, quando le donne cominciano ad approfondire l’analisi della loro individualità e sessualità soprattutto attraverso la rivista femminista Seitō, ponendo il problema della necessità di politiche sociali che permettessero alle donne di mantenere la propria libertà. Alcune di queste femministe, socialiste e anarchiche pagarono con le loro vite il loro attivismo: Kanno Suga, Kaneko Fumiko e Itō Noe.
Oggi ci sono le OL, le Office Ladies, il nuovo prototipo/stereotipo della donna moderna impiegata giapponese “emancipata”. Queste impiegate vengono anche chiamate i “Fiori d’ufficio”, esiste per loro anche un manuale delle buone maniere: come devono servire il tè, chiedere scusa e ringraziare, come inchinarsi (anche quando si saluta qualcuno al telefono). Anche se munite dei migliori titoli accademici, il primo lavoro che fanno una volta impiegate è servire il tè ai maschi dell’ufficio. 
Ma le ragazze giapponese di oggi chi sono? “Tokyo Sisters” è il divertente reportage di due giornaliste francesi realizzato dopo aver effettuato delle interviste a varie donne giapponesi nel 2009.
Ci parlano dei fenomeni giovanili esplosi nel quartiere Harajuku come la moda dei travestimenti Cosplay, le Gal (delle fashion addicts: ossessionate dalla moda e dall’essere curate e impeccabili, pronte a tutto per acquistare articoli di lusso), le Shibuyette (le ragazze di Shibuya, si tingono capelli di biondo, labbra bianche, lenti a contatto colorate e viso abbronzatissimo). Ci raccontano però anche delle OL, le Office Lady, generalmente donne non sposate che lavorano come impiegate. Una delle ragazze intervistate dice che “fino a poco tempo fa, una ragazza accedeva solo a posti di segretaria, doveva servire il tè e fare le fotocopie”. Solo di recente le donne hanno avuto accesso allo Sogoshoku (la “carriera globale”, con prospettive di promozione) allo stesso titolo degli uomini. Le autrici ci forniscono anche alcuni dati statistici esemplificativi della condizione lavorativa femminile: nel 2005 solo il 48% delle donne lavorava;  in termini di salario lo scarto tra uomini e donne è tra il 30 e 50%. Inoltre il 70% delle donne giapponesi una volta diventate madri smettono di lavorare. Basti pensare alla celebre frase del ministro della Sanità del Lavoro e del Benessere Hakuo Yanagisawa: “le donne sono macchine per fare figli”.
E poi ovviamente ci sono loro, le Gheishe. Geisha è l'unione di due kanji che significano "arte" e "persona": significa quindi "persona esperta nelle belle arti , nelle belle maniere". La Geisha e' una professionista nell'arte di intrattenere ed allietare noiose cene d'affari e banchetti. Una geisha coniuga spontaneità e raffinato artificio e la sua conversazione e' attenta e elegante. La bellezza della geisha e' insita nella sua padronanza della canzone, della musica , del ballo , dell'abbigliamento, della raffinata presenza in qualunque occasione le si presenti. Lo scopo di una geisha e' di arrivare a rappresentare la perfetta incarnazione dell'iki, canone estatico su cui si basa l'essenza dell'essere giapponese. Per noi occidentali potrebbe rappresentare la "grazia" intesa in senso ampio ed estetico. 
L'Iki è il uno stile, un comportamento, l'essenza della seduzione che sceglie la via piu' difficile del mutamento, dell'adattabilita' dell'anima al proprio interlocutore. Tutto cio porta la geisha al di la' della sua immancabile bellezza fisica : essa contiene in se' la propria arte.
La geisha ha sempre rappresentato l'aristocrazia del mizu shouba e non e' da considerarsi una prostituta. Se fornisce prestazioni sessuali, lo fa a sua discrezione o come parte di una relazione duratura. Il suo lavoro è vendere un sogno - fatto di sontuosità, romanticismo, esclusività - ai più ricchi e potenti uomini del Giappone: politici, uomini d'affari e yakuza. 
Molte geisha raggiunta una certa età sono state spose di uomini facoltosi e di alto livello sociale. 
Sin dall'antichita' , diventare geisha non comprendeva l'insegnamento delle arti amatorie; anzi, dovendo arrivare vergini al mizu age, era loro prescritto di stare il più lontano possibile da qualsiasi contatto di tipo sessuale. Era un modo diverso di essere donna. La geisha era la donna per eccellenza, un gioiello, una cosa rara da ammirare e apprezzare.
Una figura ben distinta dalla geisha è quella della "maiko" ("danzatrice"), giovanissima che studia per divenire geisha. Essa è ben riconoscibile dal kimono molto più colorato, con maniche e obi allungato.
Anche le maiko sono richiestissime sul lavoro, poiché la loro giovinezza e candore compensano la mancanza di quell'esperienza che soltanto le geisha più affermate possiedono.
La cerimonia della rotazione del collare (erikae) segna il cambiamento, l'evoluzione da maiko a geisha.

venerdì, marzo 11, 2016

La bellezza in uno sguardo







“La bellezza di una donna non dipende dai vestiti che indossa né dall'aspetto che possiede o dal modo di pettinarsi. La bellezza di una donna si deve percepire dai suoi occhi, perché quella è la porta del suo cuore, il posto nel quale risiede l'amore.”

 AUDREY HEPBURN



martedì, marzo 08, 2016

International Women's Day


L’8 marzo è internazionalmente la giornata dedicata alle lotte portate avanti dalle donne contro le discriminazioni e le violenze di cui sono ancora oggi vittime in tutto il mondo.

Questa celebrazione si è tenuta per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, in alcuni paesi europei nel 1911 e in Italia nel 1922.

L’8 marzo 1917 le donne di San Pietroburgo in Russia guidarono una manifestazione per chiedere la fine della guerra. La manifestazione fece nascere molte altre proteste che portarono al crollo dello zarismo. L’8 marzo 1917 indica storicamente l’inizio della Rivoluzione russa di febbraio.
La Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste fissò l’8 marzo come la «Giornata internazionale dell’operaia».

Dopo la Seconda Guerra Mondiale si è fatto per molto tempo risalire la scelta dell'8 marzo ad una tragedia accaduta nel 1908, che avrebbe avuto come protagoniste le operaie dell'industria tessile Cotton di New York, rimaste uccise da un incendio. In realtà questo fatto non è mai accaduto, e probabilmente è stato confuso con l'incendio di un altra fabbrica tessile della città, avvenuto nel 1911, dove morirono 146 pesone, tra le quali molte donne.
I fatti che hanno realmente portato all'istituzione di questa festa sono di diverso tipo, più legati alla rivendicazione dei diritti delle donne, tra i quali il diritto di voto.

Nel 1946 tutta l’Italia partecipò alla festa della Donna e venne scelta la mimosa come simbolo.

lunedì, marzo 07, 2016

Ali di farfalle

giovedì, marzo 03, 2016

Il femminismo




“Io stessa non sono mai stata in grado di scoprire cosa è esattamente il femminismo; so solo che la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino.”

REBECCA WEST

mercoledì, marzo 02, 2016

Simonetta Sciandivasci: La domenica lasciami sola

In questo inizio mese tinto di rosa, mi sono lasciato tentare dall'opera di esordio dela scrittrice Simonetta Sciandivasci, La domenica lasciami sola. Superate le reticencenze - grazie alla splendida copertina e al consiglio di una amica - per cui la si voleva come una lettura dedicata unicamente al gentil sesso, posso confessare di aver fatto una piacevole scoperta.


    Simonetta Sciandivasci, leva 1985, è nata a Tricarico e cresciuta tra Matera e Ferrandina; attualmente vive a Roma. Ha collaborato con A, Donneuropa, Il Giornale, Pagina99, Nuovi Argomenti e Il Foglio, occupandosi di cultura, moda, costume sulla sua rubrica “Gioco Maschio”. Con il romanzo La domenica lasciami sola, edito da Baldini&Castoldi nell'ottobre del 2014 si affaccia a pieno diritto al mondo letterario italiano. Si tratta di un libro esilarante, zeppo di ironia e rovesciamenti di luoghi comuni. E' un impasto di riflessioni masticate e rimasticate, di dialoghi spassosi che in alcuni passaggi paiono estratti di copioni teatrali alla Carver.

   Per farla breve è il racconto delle dissavventure della protagonista, la signorina S, alle prese con il folgorante incontro con l'uomo della sua vita, Alessandro, che, storpiando il classico motto cristiano, ama il calcio come se stesso. Le avventure narrative hanno inizio nella serata della finale di Champions, Atletico Madrid vs Real Madrid. La signorina S è alle presa con la visione solitaria di questo epico match, mentre la sua attenzione rimbalza tra il tentativo di memorizzare in quale porta debba segnare quale squadra e la comprensione della decisione di Alessandro, ragazzo appena conosciuto in una strana serata al pronto soccorso, il quale ha preferito la visione di questa partita piuttosto che uscire assieme a lei. Da qui prende piede un’ approfondita e spietata analisi di confronto tra l’universo maschile e quello femminile, attraverso l'uso di linguaggi, atteggiamenti, reazioni e sogni colorati di azzurro e di rosa. Da ultimo, riporto un punto del prontuario con i vari consigli alle signorine, da sfoderare in casi di estrema necesità:
 
Se non riuscite a trattenervi dal chiedere cosa accidenti sia il fuorigioco (d’altro canto tacere per novanta minuti dentro il vostro salotto può essere pesante) e lui dovesse schernirvi per questo, ribattete con qualcosa di filosofico, alla Gorgia, tipo: «Nulla esiste; se anche il fuorigioco esistesse, non sarebbe conoscibile; se anche il fuorigioco fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri». D’altronde, potrebbe anche essere arrivato il momento di cambiare i termini di questa annosa querelle e stabilire, appunto, che non sono le donne a non capire, ma o gli uomini a non saper spiegare o il problema a non sussistere. Pensate in grande, potreste essere le iniziatrici di una rivoluzione copernicana. Immaginatevi il capitolo di un sussidiario del Tremila dopo Cristo: «Anni zero, la donna scopre che il fuorigioco non esiste».


 
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